Documento di posizione
Post blog del Comitato No Agrivoltaico Torre di Fine – Eraclea, versione aggiornata con confronto europeo verificato.
Documento di posizione · Giugno 2026
Agrivoltaico a Torre di Fine: perché ci opponiamo, con dati alla mano
Un'analisi documentata del progetto ALFI Renewables (Gruppo Exus), con particolare attenzione al Lotto B che ricade sul territorio di Eraclea.
Non siamo contro la transizione energetica. Siamo contro questa modalità speculativa di realizzarla — e in particolare contro la scelta di collocare 165 ettari di impianto industriale a ridosso della frazione di Torre di Fine.
Come è nato il Comitato
Nell dicembre del 2025 i cittadini di Torre di Fine apprendono dai giornali — non da comunicazioni istituzionali — che il 24 novembre 2025 una società denominata ALFI Renewables S.r.l., costituita a Milano appena un anno prima, ha depositato in Regione Veneto il progetto per un impianto agrivoltaico da 205 MW su 385 ettari di terreni agricoli tra Eraclea e Torre di Mosto. Nessuna consultazione, nessun tavolo preventivo, nessuna comunicazione alla comunità.
La risposta non si è fatta attendere:
- Oltre 2000 firme raccolte tra cartacee e online
- Un'assemblea pubblica con oltre 200 partecipanti
- Una marcia di protesta con centinaia di cittadini
- Voto unanime del Consiglio Comunale di Eraclea (maggioranza e opposizione insieme)
- Adesione di associazioni agricole, commercianti e albergatori
Chi c'è davvero dietro questo impianto
ALFI Renewables non è un soggetto autonomo. È l'ultimo anello di una catena societaria internazionale che vale la pena conoscere:
| Soggetto | Ruolo |
|---|---|
| ALFI Renewables S.r.l. | Proponente (Milano) — costituita novembre 2024 |
| Exus Management Renewables SL | Socio unico — sede Madrid (Spagna) |
| Partners Group | Azionista — sede Zug (Svizzera) |
| Famiglia Pasti | Proprietari dei terreni — 385 ettari contrattualizzati |
Partners Group è uno dei maggiori fondi di private equity al mondo. I ricavi dell'impianto alimenteranno rendimenti finanziari destinati, per la quasi totalità, a questa catena estera. Per il territorio rimane il 3% obbligatorio per legge.
Torre di Fine: il caso più grave
Il progetto è composto da due lotti. Il Lotto A si trova nel territorio di Torre di Mosto (circa 220 ha). Il Lotto B — quello che ci riguarda più da vicino — ricade ad Eraclea, a ridosso della frazione di Torre di Fine, per circa 165 ettari. Sono gli stessi elaborati tecnici del proponente a classificare Torre di Fine come "recettore sensibile".
Torre di Fine è uno dei piccoli centri del Veneto Orientale già esposto al rischio di spopolamento: calo demografico, invecchiamento, riduzione dei servizi, chiusura degli esercizi commerciali. Questi fenomeni si invertono solo con politiche di rilancio fondate sulla qualità della vita e sull'attrattività del territorio. Un impianto industriale di 165 ettari a ridosso dell'abitato produce l'effetto esattamente contrario: svalutazione immobiliare, scoraggiamento di nuovi insediamenti, accelerazione dello svuotamento.
Per un paese come Torre di Fine, già esposto al rischio di spopolamento, questo progetto non è un problema tra i tanti: è una ferita potenzialmente definitiva. Non si compensa con royalties o promesse di monitoraggio.
L'area Eraclea – Torre di Fine ha una vocazione strategica al turismo rurale, alla ciclabilità e alla filiera corta agroalimentare, naturalmente connessa alla Litoranea Veneta — l'asse d'acqua Venezia–Trieste che la Regione Veneto ha individuato come priorità per il turismo slow. Questo modello è complementare al turismo balneare di Eraclea Mare e potrebbe destagionalizzare i flussi, creare occupazione qualificata, trattenere i giovani. Un impianto industriale di 165 ettari a pochi metri dalla Litoranea cancella questa prospettiva in modo irreversibile.
La letteratura scientifica documenta aumenti di temperatura dell'aria di 3–4°C attorno a grandi impianti fotovoltaici a terra rispetto al terreno agricolo circostante (Barron-Gafford et al., 2016, Scientific Reports). Le Linee Guida ARPAV 2023 riconoscono il rischio e classificano Torre di Fine come recettore sensibile.
Nell'incontro pubblico del 26 maggio 2026, il Comitato ha posto due domande rimaste senza risposta adeguata:
- Perché la presentazione non menzionava il problema microclimatico, pur avendo ARPAV classificato Torre di Fine come recettore sensibile?
- Perché le centraline di monitoraggio microclimatico sono gestite interamente da Exus, senza un ente terzo indipendente?
Chiedere che chi produce l'effetto non sia anche chi lo misura non è un cavillo burocratico: è il requisito minimo della correttezza scientifica. Il monitoraggio auto-gestito dal proponente non costituisce garanzia di imparzialità.
Il progetto prevede oltre 35 km di cavidotti interrati attraverso terreni privati di sei Comuni. Un cavo elettrico ad alta tensione a 1,5 metri di profondità significa vincoli permanenti: divieto di lavorazioni profonde, incompatibilità con drenaggi e irrigazioni, impossibilità di installare strutture (serre, tendoni, impianti frutticoli), riduzione del valore fondiario. Molti agricoltori potrebbero non essere ancora consapevoli che il tracciato passa sotto i loro campi.
Un confronto europeo che parla chiaro
Per quanto risulta dalla documentazione disponibile, nessun impianto agrivoltaico europeo di dimensioni paragonabili è stato realizzato su suolo agricolo fertile e a ridosso di un centro abitato. Gli impianti fotovoltaici di grande taglia esistenti in Europa — come il parco di Witznitz in Germania (500 ha, ex miniera di lignite) o quello di Cestas in Francia (260 ha, zona remota a sud di Bordeaux) — sorgono su aree industriali dismesse o zone rurali lontane dagli abitati. Gli agrivoltaici di riferimento si collocano su scale radicalmente diverse:
| Impianto / Paese | Superficie | Tipo di area |
|---|---|---|
| Torre di Mosto – proposto (IT) | 385 ha agrivoltaico | Suolo agricolo fertile, a ridosso di abitato |
| Witznitz (DE) – fotovoltaico puro | 500 ha | Ex miniera di lignite, zona remota |
| Cestas (FR) – fotovoltaico puro | 260 ha | Area rurale remota, sud di Bordeaux |
| Tützpatz (DE) – agrivoltaico | 93 ha | Zona agricola del Mecklenburg |
| Triticum (DE) – agrivoltaico | 28 ha | Zona agricola della Baviera |
| Styria (AT) – agrivoltaico | 20 ha | Zona agricola dello Stiria |
| Hova (SE) – agrivoltaico | 13 ha | Zona agricola della Svezia |
La distinzione è sostanziale: i grandi impianti fotovoltaici europei sorgono su aree già compromesse (ex miniere, cave, zone industriali dismesse). Gli agrivoltaici su suolo agricolo attivo non superano i 100 ettari in nessun paese di riferimento. Proporre 385 ettari di agrivoltaico su pianura veneta fertile, a ridosso di un abitato, è una scelta senza precedenti documentati nel contesto europeo.
Il D.Lgs. 199/2021 nasceva per promuovere la sinergia reale tra agricoltura ed energia. Senza limiti di taglia, quella norma è diventata lo strumento per legittimare esattamente ciò che voleva evitare: la trasformazione di suolo agricolo fertile in infrastruttura energetica industriale a beneficio di fondi esteri.
Cosa chiediamo
- Stralcio del Lotto B da Torre di Fine e ricollocazione in aree idonee, lontane dai centri abitati e dalle zone a vocazione turistica.
- Riesame critico del progetto complessivo da parte della Regione nell'ambito della procedura PAUR-VIA, tenuto conto delle dimensioni senza precedenti nel panorama europeo.
- Legge regionale sulle aree idonee con: soglia massima dell'1% della SAU per Comune, distanza minima di 500 m dagli abitati, gerarchia vincolante (prima tetti e aree dismesse, poi — solo in via residuale — suoli agricoli), esclusione delle zone DOCG/IGP.
- Tutela della filiera agroalimentare e turistica del Veneto Orientale come asset strategico regionale.
- Monitoraggio microclimatico affidato a ente terzo indipendente (ARPAV), con dati pubblici e accessibili.
Conclusione
La transizione energetica è necessaria e urgente. Ma deve essere pianificata, condivisa, giusta. Non può essere il pretesto per trasformare le pianure venete in infrastrutture energetiche industriali a beneficio di fondi esteri, lasciando alle comunità locali i costi ambientali, paesaggistici e sociali.
Ogni progetto calato dall'alto senza ascolto genera opposizione. Quella opposizione rallenta la transizione. Non sono le comunità a bloccare le rinnovabili: sono i proponenti che, rinunciando al consenso, trasformano la transizione in uno scontro.
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