Sull'Altare delle Rinnovabili — Storie da Torre di Fine
Il vero freno alla transizione energetica
non siamo noi.
Sacrificare le piccole comunità sull'altare delle rinnovabili non accelera la transizione. La blocca.
Nel dibattito sulla transizione energetica si ripete continuamente lo stesso meccanismo: chi solleva dubbi, chi chiede regole, chi si oppone a un progetto specifico viene etichettato come nemico delle rinnovabili. I comitati vengono dipinti come visionari del no, i cittadini come irrazionali e ostili al progresso. È una trappola retorica comoda, e profondamente disonesta.
La transizione energetica è necessaria. Urgente. Non rinviabile. Su questo non c'è discussione. Ma proprio chi la vuole davvero dovrebbe chiedersi: cosa la sta rallentando? Cosa genera sfiducia, opposizione e blocco politico nei territori? La risposta non è nei comitati civici. È nel modello.
Il vero freno alla transizione è la deregolamentazione. È l'anarchia di un mercato in cui vince chi ha più forza contrattuale.
È il vuoto normativo che permette a grandi fondi di private equity internazionali di occupare centinaia di ettari di pianura agricola con procedure semplificate, estrarne valore energetico ed economico, e portare i profitti altrove. Lasciando al territorio i costi — visivi, ambientali, sociali — per trent'anni.
Il progetto agrivoltaico in questione coinvolge terreni di proprietà della famiglia Pasti, titolare di tre società agricole attive nei comuni di Torre di Mosto ed Eraclea: l'Azienda Agricola Palazzina S.S., la Società Agricola Glycine e la Società Agricola ZEA. Complessivamente, le tre aziende gestiscono oltre 400 ettari di pianura agricola veneta.
La famiglia Pasti ha concesso a Exus Renewables il diritto di superficie sui propri terreni per la durata dell'impianto — trent'anni. La proprietà del fondo rimane formalmente in capo alla famiglia, ma è Exus a costruire, gestire e incassare i proventi dell'energia prodotta per l'intera durata della concessione.
Contestualmente, Exus ha sottoscritto una lettera di intenti con la Società Agricola Pasti per la continuazione delle attività agricole sotto i pannelli. In altre parole: la famiglia cede i diritti sul proprio suolo al fondo internazionale, continua a coltivare quello che rimane tra una fila di pannelli e l'altra, e percepisce un canone. Il territorio, nel frattempo, cambia per sempre.
È un accordo privato perfettamente legale. Ma è esattamente questo il punto: in assenza di una pianificazione territoriale seria, di vincoli pubblici e di meccanismi che redistribuiscano i benefici alla collettività, ogni proprietario può cedere i diritti sul proprio terreno a chi offre di più. E i fondi internazionali offrono molto, perché i rendimenti attesi sono altissimi.
Il 28 maggio 2026 si è tenuta a Eraclea Mare una presentazione pubblica del progetto. Alle domande sollevate dal comitato sulle criticità — ambientali, paesaggistiche, economiche — non è arrivata nessuna risposta.
La famiglia Pasti era presente in sala. Eppure la voce di chi ha reso possibile tutto questo non si è sentita. Nessuna parola, nessuna spiegazione alla comunità che subirà le conseguenze.
Le piccole comunità rurali come Torre di Fine pagano da decenni il prezzo dello spopolamento. I giovani partono, i servizi chiudono, le attività scompaiono. Sono i territori che lo Stato ha abbandonato per primo, quelli che non hanno mai avuto voce nelle grandi decisioni nazionali, quelli che sopravvivono aggrappandosi alle poche risorse rimaste. E la principale, spesso l'unica, è il paesaggio.
Non è una questione estetica. Il paesaggio è economia. È il presupposto di ogni forma di turismo rurale, di ogni agriturismo, di ogni percorso cicloturistico, di ogni produzione agricola di qualità. È la ragione per cui qualcuno sceglie di tornare, di investire, di restare. Distruggerlo significa togliere a queste comunità l'ultima leva di sviluppo che hanno.
A chi chiede "ma il Comune non riceve nulla?" la risposta è sì — e vale la pena fermarsi su questo numero.
Circa un caffè al mese per persona. Questo è il valore che un impianto da 190 MW, gestito da un fondo di private equity con sede a Zurigo, restituisce alla comunità che lo ospita. Per trent'anni.
Non è una compensazione. È una presa in giro.
Torre di Fine si trova a pochi chilometri da Eraclea Mare, una delle mete turistiche dell'Alto Adriatico. Il territorio ha tutte le condizioni per costruire un modello di turismo rurale autentico e sostenibile: agriturismi, ciclovie, produzioni locali, paesaggio aperto. Un futuro possibile, già in parte avviato, sinergico con la vocazione balneare della costa.
⚠️ Il progetto prevede 165 ettari di impianti industriali che circondano l'abitato in una vera e propria morsa. Chi verrà a fare turismo rurale in un borgo attorniato da distese di pannelli fotovoltaici? Chi investirà in un agriturismo sapendo che quel paesaggio non esiste più?
I proventi del diritto di superficie andranno alla famiglia proprietaria. I profitti dell'energia prodotta andranno al fondo. Il danno paesaggistico e sociale resterà alla comunità per trent'anni.
Lo insegna la storia. Lo insegna la fisica sociale. Le tecnologie, anche quelle più necessarie, se non vengono governate generano scompensi enormi — anche quando nascono dalle migliori intenzioni. Non è un argomento contro le rinnovabili. È un argomento per governarle.
L'appello che rivolgiamo alla politica — a tutta la politica, senza distinzioni — non è "bloccate le rinnovabili". È: regolamentate il mercato. Vigilate sui soggetti che lo dominano. Costruite una pianificazione territoriale seria. Garantite che i benefici economici restino nei territori che ospitano gli impianti. Tutelate le comunità fragili invece di usarle come variabile di aggiustamento.
Non siamo il freno alla transizione. È chi la vuole fare senza regole, sulla pelle degli ultimi, a bloccarla.
Finché non sarà così, chiamare "transizione ecologica" quello che è essenzialmente un investimento finanziario su suolo privato — imposto a comunità che non ne vedranno mai i benefici reali — è, semplicemente, prendere in giro i cittadini.
Torre di Fine merita un futuro. Non trent'anni di pannelli e un caffè al mese.
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