AGRIVOLTAICO, NON E' TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA
In Italia le cose non si cambiano mai davvero. Si ribattezzano. E così il vecchio fotovoltaico a terra oggi è diventato “agrivoltaico”. Basta aggiungere il prefisso agri alla denominazione e un paio di metri di altezza ai pannelli e una centrale elettrica si traveste da campo coltivato.
Poi però si guardano i progetti. E in moltio casi si trovano centinaia di ettari di tettoie d'acciaio, recinzioni, cabine, cavidotti e strade tecniche. Insomma: impianti industriali.
Naturalmente guai a dirlo. Chiunque sollevi dubbi viene subito descritto come nemico del cambiamento e della transizione energetica. Ma la domanda vera è molto semplice: ha senso continuare ad occupare proprio i terreni agricoli migliori mentre l’Italia perde ogni anno capacità produttiva e aumenta la dipendenza alimentare dall’estero? Perchè, contrariamente a quello che dicono alcuni, l'agrivoltaico consuma suolo e riduce la produttività agricola (lo dicono le stesse relazioni allegate ai progetti e le linee guida ministeriali).
Si parla continuamente di sovranità energetica. Molto meno invece di sovranità alimentare. Eppure la questione è altrettanto importante: un Paese che non riesce più a produrre il cibo che consuma diventa inevitabilmente più debole e meno indipendente.
Dicono che l’agricoltura resterà. Certo. Formalmente resterà. Come resta il giardino davanti a certi centri commerciali: qualche aiuola utile a rendere più accettabile il cemento.
E il rischio concreto è che dietro la retorica verde si nasconda una nuova stagione di speculazione: non più edilizia, ma energetica.
Perché il nodo è tutto qui. Se le colture devono adattarsi alla logica industriale dell’impianto, allora forse non è più l’energia a integrarsi nell’agricoltura. È l’agricoltura che viene mantenuta artificialmente in vita per rendere accettabile la trasformazione industriale del territorio.
E allora la questione diventa sociale e politica. La transizione energetica non può essere lasciata soltanto all’iniziativa privata o localizzata dove conviene economicamente. Serve pianificazione pubblica, servono limiti chiari e una visione del territorio che non ci faccia rivivere, sotto altre forme, le stagioni della speculazione edilizia.
Perché una cosa è produrre energia rispettando il territorio. Un’altra è chiedere al territorio di smettere lentamente di essere sé stesso per trasformarsi in una piattaforma energetica.
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